Progetto Bes | Il benessere equo e sostenibile in Italia


BES Il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile – nato da un’iniziativa del Cnel e dell’Istat – si inquadra nel dibattito internazionale sul cosiddetto “superamento del Pil”, stimolato dalla convinzione che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non debbano essere solo di carattere economico, ma anche sociale e ambientale, corredati da misure di diseguaglianza e sostenibilità. 
Il sito BES offre strumenti d’informazione sul progetto e consente a cittadini, istituzioni, centri di ricerca, associazioni, imprese di contribuire a definire “che cosa conta davvero per l'Italia”.


Il Comitato di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana, composto da rappresentanze delle parti sociali e della società civile, ha identificato le 12 dimensioni del benessere rilevanti per il nostro Paese. La Commissione scientifica per la misura del benessere ha poi selezionato 134 indicatori di elevata qualità statistica appropriati per misurare i domini identificati dal Comitato.






Concetti di base


  1. Salute La salute rappresenta un elemento centrale nella vita e una condizione indispensabile del benessere individuale e della prosperità delle popolazioni, come documentato a livello globale dai lavori della Commissione WHO su Macroeconomics and Health (WHO 2001) e richiamato, a livello europeo, dalla Strategia di Lisbona per lo Sviluppo e il Lavoro lanciata dalla Commissione Europea nel 2000 in risposta alle sfide della globalizzazione e dell’invecchiamento. Essa ha conseguenze che impattano su tutte le dimensioni della vita dell’individuo in tutte le sue diverse fasi, modificando le condizioni di vita, i comportamenti, le relazioni sociali, le opportunità e le prospettive dei singoli e, spesso, delle loro famiglie. Via via che l’età cresce, il ruolo svolto dalla condizione di salute tende a divenire sempre più importante, fino a essere quasi esclusivo tra i molto anziani, quando il rischio di cattiva salute è maggiore e l’impatto sulla qualità della vita delle persone può essere anche molto severo.
  2. Istruzione e formazione L’istruzione, la formazione e il livello di competenze influenzano il benessere delle persone e aprono opportunità altrimenti precluse. L’istruzione non ha solo un valore intrinseco ma influenza il benessere delle persone in modo diretto. Le persone con livello di istruzione più alto hanno un tenore di vita più elevato e hanno maggiori opportunità di trovare lavoro (OECD, 2010c; Boarini and Strauss, 2010; Sianesi and Van Reenen, 2003), vivono di più e meglio perché hanno stili di vita più salutari e hanno maggiori opportunità di trovare lavoro in ambienti meno rischiosi (Miyamoto and Chevalier, 2010; La Fortune and Looper, 2009). Inoltre, a livelli più elevati di conseguimento in termini di istruzione e formazione corrispondono livelli più elevati di accesso e godimento consapevole dei beni e dei servizi culturali, e una partecipazione attiva al processo di produzione nei settori della cultura e della creatività (Eurostat, 2011).
  3. Lavoro e conciliazione tempi di vita Possedere un lavoro adeguatamente remunerato e ragionevolmente sicuro e rispondente alle competenze, costituisce un’aspirazione universale delle persone contribuendo in modo decisivo al loro benessere. Se la mancanza di una “buona occupazione” ha senza dubbio un impatto negativo sul livello di benessere, un impatto simile può avere una cattiva distribuzione degli impegni lavorativi che impedisca di conciliare tempi di lavoro e tempi di vita familiare e sociale. Le sotto-dimensioni e gli indicatori scelti per rappresentare questo dominio intendono rispondere a tale approccio e, quindi, illustrare il contributo che la condizione lavorativa può dare al benessere di una società sviluppata quale quella italiana.
  4. Benessere economico Le capacità reddituali e le risorse economiche non sono viste come un fine, ma piuttosto come il mezzo attraverso il quale un individuo riesce ad avere e sostenere un determinato standard di vita. Le variabili che possono contribuire a misurare il benessere economico includono il reddito, la ricchezza, la spesa per beni di consumo, le condizioni abitative e il possesso di beni durevoli. Come in gran parte delle altre dimensioni del benessere, non ci si può limitare allo studio dei livelli medi o mediani degli indicatori scelti, ma si deve dar conto della distribuzione nella popolazione: il giudizio sul livello di benessere materiale di una società può variare se lo stesso reddito medio complessivo è equamente ripartito tra i cittadini o è invece concentrato nelle mani di pochi abbienti.
  5. Relazioni sociali Le reti relazionali alle quali appartengono e nelle quali si riconoscono gli individui rappresentano una risorsa importante che consente di perseguire i propri fini potendo contare su risorse aggiuntive rispetto alle dotazioni di capitale economico e culturale di cui dispone (Bourdieu, Coleman). In letteratura prevale il convincimento che un clima generalizzato di fiducia interpersonale, l’elevata partecipazione a reti associative e la diffusa presenza di cultura civica accrescano il benessere individuale e la coesione sociale, consentendo una migliore performance, una maggiore efficienza delle politiche pubbliche e un minore costo delle transazioni economiche. 
    Nel nostro Paese di particolare interesse risultano le reti informali che comprendono l'insieme delle relazioni interpersonali che gravitano e si intrecciano attorno alle persone (relazioni familiari, parentali, amicali, di vicinato, di mutuo aiuto). All’interno di questi network si mobilitano le risorse (umane e materiali) che assicurano sostegno e protezione agli individui sia nella vita quotidiana, sia, in particolar modo, nei momenti critici e di disagio, rappresentando così un elemento essenziale di coesione sociale.
  6. Politica e istituzioni Nell’ambito del dominio “Politica e istituzioni” i temi della partecipazione politica e della fiducia nelle istituzioni sono stati considerati all’interno di un quadro analitico organico e sistematico. Il dominio si basa sulla considerazione che la fiducia espressa dai cittadini nei confronti delle istituzioni, nonché la partecipazione civica e politica degli stessi, favoriscano la cooperazione e coesione sociale consentendo al tempo stesso una maggiore efficienza delle politiche pubbliche e un costo minore delle transazioni.
    Questa operazione ha condotto ad avviare una riflessione sui fabbisogni informativi relativi ad aspetti e problemi – fiducia, partecipazione, equità e coesione sociale, etc. – la cui importanza è stata ulteriormente evidenziata dalla crisi economica in corso.

Sapere | Fumo passivo | Sigarette elettroniche

Fumo passivo: il vapore emanato dalle sigarette elettroniche non è un pericolo.

Un nuovo studio clinico commissionato dal National Vapers Club USA e pubblicato sulla rivista Inhalation Toxicology, dimostra che il vapore emanato dalle sigarette elettroniche non è nocivo per le persone e non modifica la qualità dell'aria degli ambienti chiusi. Pertanto vengono meno le condizioni per il rischio di "fumo passivo" con le sigarette elettroniche.

Lo studio IVAQS (indoor vapor air quality study), ha confrontato il fumo prodotto dalla combustione di alcune note marche di sigarette tradizionali con l’emissioni di vapore delle sigarette elettroniche ad oggi più diffuse, rivelando che quest’ultime sono molto più salutari.

I componenti tossici nel vapore delle sigarette elettroniche sono risultati ben entro i livelli stabiliti per legge o addirittura non misurabili, mentre i ben noti costituenti cancerogeni del fumo di
sigaretta tradizionale erano dosabili ad alte concentrazioni.

I ricercatori del “Consulting for Health, Air, Nature, & A Greener Environment”, del “Center for Air Resources Science & Engineering”, e della “Clarkson University” hanno affermato che la sigaretta elettronica può così essere una valida alternativa a quelle tradizionali, e non vi è ragione di bandirla dai mercati internazionali, dato che può risolvere il problema del fumo passivo.

Il Prof. Michael Siegel della Boston University , ha affemarto che le ecig possono risolvere il dannoso problema del fumo passivo, e non c’è quindi ragione di eliminarle dal mercato.

Bill Godshall Direttore della associazione Smokefree Pennsylvania, alla luce di questo studio, ha ribadito l’importanza di garantire una legislazione favorevole per le sigarette elettroniche.

Il Prof. Riccardo Polosa, attualmente impegnato in studi clinici sulle sigarette elettroniche Categoria, si dice soddisfatto per il risultato ottenuto dai colleghi, a dimostrazione che le ecig sono una alternativa salutare per coloro che non vogliono smettere di fumare, ma decidono di vaporizzare. <>

Fonte: Lega Italiana Anti Fumo

Istat Italia | Spesa sanitaria pubblica

La spesa sanitaria pubblica assorbe il 7 per cento del Pil     

UNO SGUARDO D'INSIEME

La spesa sanitaria pubblica misura quanto viene destinato per soddisfare il bisogno di salute dei cittadini in termini di prestazioni sanitarie (inclusi tutti i suoi costi: servizi amministrativi, interessi passivi, imposte e tasse, premi di assicurazione e contribuzioni diverse)La spesa sanitaria pubblica complessiva dell’Italia ammonta nel 2011 a circa 112 miliardi di euro, pari al 7,1 per cento del Pil e 1.842 euro annui per abitante.

Nel 2010 la spesa sanitaria pubblica in Italia è di 1.853 euro per abitante, in linea con quanto osservato per la ripartizione del Nord (1.850 euro); al di sopra del valore medio nazionale si colloca, invece, la ripartizione del Centro (1.930 euro), mentre per il Mezzogiorno la spesa pro capite è pari a 1.812 euro. La provincia autonoma di Bolzano registra la spesa pro capite più elevata (2.195 euro) seguita dalla Valle d’Aosta (2.179 euro) e dal Molise (2.172 euro); la spesa per abitante risulta più contenuta nel Veneto (1.744 euro), Sicilia (1.763 euro) e Abruzzo (1.774 euro). I livelli di spesa per abitante sono dunque molto variabili, a testimonianza sia di condizioni socio-economiche diversificate, sia di diversi modelli di gestione del sistema sanitario regionale. Su base nazionale, il 36,9 per cento della spesa sanitaria pubblica è destinato a servizi in regime di convenzione, mentre oltre la metà (56,7 per cento) riguarda la fornitura di servizi erogati direttamente. Anche a livello di singola regione, si riscontra una prevalenza della spesa per servizi sanitari forniti direttamente; si osserva, tuttavia, una quota più elevata di spesa per servizi in regime di convenzione per Lombardia (43,8 per cento), Campania e Lazio (41,5 per cento) e Puglia (40,8 per cento). In Italia, la spesa in convenzione è indirizzata in prevalenza verso l’assistenza farmaceutica (26,4 per cento), l’assistenza medica di base e specialistica (28,0 per cento) e le prestazioni fornite dalle case di cura private (22,8 per cento).


Fonti

Istat, Conti economici nazionali
Istat, Conti economici regionali
Oecd, Health Data

Pubblicazioni

Istat, Annuario statistico italiano, 2012

Link utili

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